POVERI DI TEMPO

Un tempo le “opere e i giorni” ripetevano se stessi. Depositario del sapere era il vecchio, sazio di vita, che molto aveva visto. Oggi il tempo non ripete più se stesso: è come una freccia scagliata nei cieli infiniti, per cui l’ansia delle novità, che non riusciamo a controllare nella loro successione rapida ed assillante, non porta alla sazietà della vita, ma alla stanchezza dell’esistere, facendo  prevalere la pulsione della morte. Eppure, nel succedersi frenetico degli eventi e delle mode, è possibile non perdere l’orientamento se arriviamo a concepire il tempo come necessario confine dell’eternità, dalla quale arriva la risonanza di ciò che si spera e ci dà fiducia per non restare schiacciati dalla brevità del respiro. Il tempo si arrotola veloce e si consuma nell’inefficacia dell’ieri. Siamo veramente poveri di tempo. In questa successione veloce degli anni è importante imparare ad uscire dall’IO e incuriosirsi dei mondi degli altri per acquistare equilibrio, ponderazione, prudenza, carità, dolcezza del non morire anticipatamente di noia, di indifferenza, di tristezza per il terrore dell’inutilità. La coscienza del tempo breve ci porta a ridurlo ulteriormente bruciandolo con uno stile di vita frenetico e drammatizzando ogni indizio di declino, con il rischio di morire sconosciuti a noi stessi. Che orrore non sapere chi siamo, né da dove veniamo, né dove stiamo andando, né perché stiamo qui oggi accanto ad altre persone, preoccupati solo di apparire piuttosto che di essere! Il cedimento della memoria impedisce il rilancio nel futuro: non avere possesso conoscitivo dell’origine non solo rende impossibile l’approccio con ciò che ci attende, ma conduce anche ad una concezione del tutto soggettiva di bene, di felicità individuale e il godimento privato del benessere.

Il tempo è la fatica di riassumere  il proprio passato per creare spazio alla speranza. Se naufraga la speranza allora è possibile la notte enigmatica e buia della follia, mai definitivamente scongiurata senza l’ancoraggio all’eterno. Il fluire del tempo senza speranza sfocia nella tristezza del cuore, nello spazio dell’indifferenza collettiva. Il tempo cristiano è il tempo dell’attesa gentile, della contemplazione del bello esistente, della intrusione nell’opera di Dio segnata dall’amore che spinge alla corsa operosa verso il bene di valori non negoziabili e che soli salvano la dignità di ogni persona e consegnano a Dio l’urlo del sordo di una umanità in disfacimento. “L’Amore  non è amato, non è amato l’Amore”. E il tempo senza amore è già povertà estrema, è vuoto di significati, malattia mortale. Come può l’anima in condizione d’assedio, imprigionata nei grovigli inestricabili di sentimenti malati guardare il bello e spingere lo sguardo là dove non tramonta il sole, là dove ogni lacrima è asciugata par sempre?, là, dove è solo ricchezza di un tempo in eterno.

 

Padre Costanzo