Voglio Cambiare!

Piersabato, 26 anni, nato a Napoli. Così presenterei mio fratello se dovessi darne i suoi dati. Numero 51, sbarcato mercoledì 30 Marzo. Così presentiamo un immigrato appena arrivato in Italia. Non solo: per lui anche un braccialetto col ciondolo a ricordarti il tuo numero, a ricordarti ciò che sei. Straziante. Giovedì 31 Marzo ci fu un nuovo sbarco ad Archi, una frazione di Reggio Calabria, dove eravamo per un’esperienza di servizio con la Gioventù Francescana di Campania e Basilicata . Io, l’indomani, mi trovai a dover cercare, tra gli oltre mille ragazzi che alloggiavano in quel centro di prima accoglienza, quelli che erano arrivati il giorno prima. E così invece di chiamarli per nome, dovevo chiamarli col numero identificativo che avevano. Il numero 51 e il numero 52 sono rimasti nel mio cuore in modo particolare. Ve li presento col loro vero nome: Mohammed e Mustafà, due ragazzi provenienti dal Marocco, il primo di 16, l’altro di 15 anni. Mohammed non sapeva parlare altra lingua se non l’arabo. Mustafà, oltre l’arabo, un po’ di francese. Era difficile comunicare con loro, eppure mi hanno donato tanto. I loro occhi pieni di speranza, belli come il sole. Davvero belli. Con Mohammed mi ritrovai a fare coppia nel gioco della panchina: dovevamo ballare e allo stop della musica io dovevo appoggiarmi sulla sua gamba e non dovevamo muoverci. Ci divertimmo tanto. Lui che il giorno prima era sbarcato in Italia dopo un viaggio disumano era lì a divertirsi con me. Oltre Mustafà e Mohammed, c’era uno dei più piccoli, che mi chiamò da parte per chiedermi se avevo il cellulare e se potevo far fare lui una telefonata. Noi non potevamo farli chiamare, non erano nemmeno ancora registrati, non si sapeva chi e dove avrebbero chiamato. Insomma, dovetti dirgli che non avevo credito. Il suo volto sconfitto me lo ricorderò per sempre, occhi delusi e nel momento in cui gli diedi la risposta negativa, si mangiò le labbra. Per rompere la freddura che si era creata pensai di dialogare ancora con lui, così gli chiesi chi doveva chiamare. Lì mi si strinse il cuore, ancora ora mi sale un nodo alla gola, mi rispose: “My dad!”. Quanto siamo crudeli noi umani. Credo di non avergli dato più risposta, ma di essere scappata dietro un albero perché non riuscivo a controllare le lacrime. Lui voleva semplicemente avvertire che era arrivato sano e salvo. Lui che non aveva più la madre e il cui padre rischiava la morte per questioni di capovillaggi. Quindi magari, oltre a dirgli che era sano e salvo, voleva sapere il padre se era ancora vivo. E tante volte, durante la permanenza in Calabria, non ho saputo mantenere le lacrime: oltre Archi, siamo stati a San Ferdinando, alla tendopoli. Lì è come un piccolo villaggio. Senza elettricità, senza acqua calda e con i bagni chimici: il degrado totale nel bel mezzo della zona industriale della città di San Ferdinando. Ogni casa era una tenda e all’interno vi vivevano una media di cinque persone. All’interno del villaggio c’era il negozio dell’acqua calda, il macellaio, il minimarket. E poi la moschea. Lì si recavano tutti, e non una volta a settimana come noi che andiamo a ringraziare il Signore una volta a settimana, e forse nemmeno. No. Cinque volte al giorno si recano in Moschea, loro che non hanno nulla e vivono letteralmente nell’immondizia. E io che ho tutto mi sento appagata quando mi reco in chiesa una volta a settimana. C’è qualcosa che non va. Voglio cambiare.

Chiara